Fame di microchip

La pandemia scatenata dal Covid-19 ha generato una serie di paradossi davvero di difficile comprensione per molti. Da marzo a giugno del 2020 siamo rimasti tutti pressoché imprigionati – a tutela della nostra salute – …

La pandemia scatenata dal Covid-19 ha generato una serie di paradossi davvero di difficile comprensione per molti. Da marzo a giugno del 2020 siamo rimasti tutti pressoché imprigionati – a tutela della nostra salute – nell’ambiente domestico: se non avessimo avuto almeno una dotazione tecnologica di base non avremmo potuto lavorare in smart-working e i nostri figli – a dispetto del ‘digital divide’ che comunque condiziona ancora molte aree del mondo – non avrebbero potuto seguire le lezioni scolastiche garantite dalla didattica a distanza.

La Borsa, con il consueto opportunismo, ha immediatamente cercato tutte le occasioni per cavalcare i bisogni tecnologici di quella terribile fase: hanno preso a correre i titoli delle telecomunicazioni, delle infrastrutture tecnologiche, delle piattaforme che abbiamo usato per organizzare tutte le videoconferenze che hanno sostituito meeting ed eventi fisici.

Non ci sono volute molte settimane per capire che la crisi sanitaria ne avrebbe generate anche altre inaspettate: una delle più rilevanti è la crisi da mancanza di materie prime di base necessarie a soddisfare questo inevitabile e colossale trend di sviluppo tecnologico, che vede in questo momento, tra le più incredibili e inaspettate derive, la mancanza di microchip.

Semiconduttori che non solo sono sempre più introvabili, ma hanno raggiunto anche quotazioni da capogiro. Taiwan Semiconductor Manufacturing, il maggior produttore mondiale di chip con il 31% della quota di mercato mondiale, è pronto a rincarare di almeno il 10% i prezzi dei semiconduttori più potenti e anche del 20% per quelli meno avanzati.

D’altronde il chip non è, come noto, impiegato solo nel campo tecnologico puro, ma da una ampia rosa di settori industriali.

Chi avrebbe mai detto che l’industria dell’automobile venisse travolta da questa penuria, a suon di blocchi dell’attività degli stabilimenti delle più importanti case automobilistiche? Chi avrebbe mai pensato che l’auto che abbiamo ordinato mesi fa dal nostro concessionario di fiducia non ci venisse consegnata nei tempi previsti perché il produttore non riesce ad assemblarla a causa della mancanza del chip che governa la chiusura delle portiere?

Tutte le case automobilistiche rischiano di non agganciare il treno della tumultuosa ripresa economica post Covid a causa di questo enorme problema. Mentre i produttori di chip vivono la contraddizione tipica di queste fasi: l’affanno dei siti produttivi e i poderosi rialzi di borsa.

I portafogli “Semiconductor” li trovate qui di seguito nelle versioni con 10 e 20 titoli.

Il tema della fame di microchip ha stimolato la curiosità di Debora Rosciani